Templestay in Corea del Sud: un viaggio nella serenità spirituale

Il templestay, un fenomeno culturale in crescita in Corea del Sud, offre un'opportunità straordinaria per riconnettersi con la spiritualità e la tranquillità. Questa pratica, nata nel 2002 per rendere accessibili i monasteri ai visitatori, coinvolge oggi oltre 150 templi in tutto il paese, accogliendo centinaia di migliaia di persone ogni anno. Non è richiesta alcuna preparazione religiosa o filosofica; tutti sono invitati a partecipare, indipendentemente dalla loro provenienza o credo. Il templestay rappresenta un'esperienza di immersione totale in un ambiente di pace e riflessione, dove la vita quotidiana è scandita da antichi riti e momenti di silenzio. È un'occasione per distaccarsi dalla frenesia del mondo moderno e riscoprire una dimensione più profonda dell'esistenza, attraverso la meditazione, i pasti monastici e le attività comunitarie che favoriscono la calma interiore e la consapevolezza.

Un'esperienza di Templestay nel cuore della Corea del Sud

L'esperienza inizia lungo la strada che si allontana dal vivace traffico di Seoul, inoltrandosi nel Parco Nazionale di Bukhansan. Dopo un percorso immerso nella natura, tra sentieri boschivi e ponticelli di legno, si giunge al monastero di Geumsunsa, un tripudio di colori giada, rosso lacca e bluette. Qui, professione, nazionalità e religione perdono significato; gli ospiti, tra cui la scrittrice Chiara Pasqualetti Johnson e il fotografo Nicola Lorusso, vengono accolti con la stessa gentilezza e ricevono una semplice veste di cotone lilla, simbolo di uguaglianza. Le camere, essenziali e pulite, offrono un materasso imbottito e una minuscola toilette, ma soprattutto uno spazio mentale, arricchito da piccole biblioteche con testi buddhisti.

Le attività pomeridiane includono la scrittura di un desiderio su una tegola di terracotta e la visita ai padiglioni sacri, dove lanterne di seta e statue dorate creano un'atmosfera suggestiva. Attraversando il Nirvana Gate, si raggiunge la sorgente miracolosa, venerata da secoli. Il pasto monastico, rigorosamente vegano, è un rito collettivo che si svolge in silenzio, seguito dalla pulizia delle stoviglie, un gesto che diventa parte integrante della pratica. Al tramonto, il suono del tamburo e della campana rituale avvolge il tempio, preparando gli animi alla meditazione. Il rito delle 108 prostrazioni, pur faticoso, si rivela liberatorio, allontanando l'ego e i desideri terreni. La notte scende presto, e alle nove il tempio è immerso nel silenzio.

Il giorno successivo, alle quattro e mezza del mattino, un lieve tintinnio annuncia l'inizio della giornata. Lo yebul, il canto buddhista, segna l'alba, seguito dalla colazione a base di riso, alghe, verdure e tè. Per chi ha trascorso solo una notte, è tempo di prepararsi alla partenza, ripiegando le lenzuola e restituendo la divisa. Il sentiero di ritorno sembra più leggero, come se il peso del mondo si fosse alleggerito. Questa esperienza, curata da Jennis Kang, ex insegnante di inglese e ora direttrice del tempio, non promette miracoli, ma offre un dono prezioso: ventiquattr'ore senza fretta, un lusso raro in un paese frenetico come la Corea del Sud, per ascoltare il battito del proprio cuore e fondere il respiro con il suono dell'acqua che scorre tra le montagne.

Il templestay non è solo un viaggio fisico, ma un percorso interiore che ci invita a riflettere sul valore del tempo e della consapevolezza. In un mondo che corre sempre più veloce, fermarsi per ascoltare il silenzio e connettersi con antiche tradizioni può rivelarsi un'esperienza profondamente trasformativa. Ci insegna a rallentare, ad apprezzare i momenti semplici e a trovare la pace dentro di noi, lontano dalle distrazioni e dalle aspettative esterne. È un promemoria che la vera ricchezza non risiede nel possesso, ma nella serenità dello spirito e nella capacità di vivere pienamente il presente.